Monday, December 2, 2013

Altro vento, altro tempo



Altro vento / altro tempo
passa
finisce di essere mia / di essere tua
quella vivenza delle vene
il grido alto che ero / il dolore che eri
a venire
altro è stato e non sarà
altro vento / altro tempo
di notturni e albe
ma non so smetterlo / ancora
quel canto lento / di mare
quando / resto sola
da certe notti di naufragi
tornano qui / i gabbiani
e torno anch'io / remota di ogni amore
che pur la sento / ogni giorno
più aspra / staccarsi dal corpo
la luce
ma per sorte / o per scelta
mi conduce / all'altezza di una via in verticale
densa di salmastro / e luna piena.


 Stefania Stravato  ©  Tutti i diritti riservati 

Friday, November 22, 2013

Il deserto nel sangue


Io ho scelto sempre vie che nessuno ha mai segnato nelle mappe.
Vie antiche, di flutti che a guardarle da qui, ti sembrano grovigli di serpi nere.
E non fa mai giorno su queste vie.
Sono dominio assoluto dell'oscurità.
Sono vie di briganti.
I briganti che tagliano la gola per pochi denari.
Così si dice. 
Ma che ne sapete voi dei briganti, voi che avete scelto le vie fiancheggiate di glicini e rose. Voi che avete scelto l'amore all'ombra dei tramonti nei giardini all'italiana.
Noi siamo nati lontano da qui, da un dio fanciullo con gli occhi di pece che ci allattò di sole e sabbia. 
Ma la sorte di un deserto è quella di estendersi all'infinito e così le dune ci spinsero a mare, di notte, finchè non trovammo una terra buona che custodisse radici di arancio.
E d'arancio profumava la pelle bruna di mio padre e di mio nonno e del padre di mio nonno. 
D'arancio porto il sigillo in mezzo al petto, io figlia di briganti.
Dei briganti che mi hanno dato il sangue e il coraggio della disperazione di prendere la via del mare quando cala la notte. 
Perché un deserto resta nel sangue e la sua sorte non cambia.
Un deserto non troverà mai quiete e fuggirà in eterno inseguito dai venti.

Stefania Stravato  ©  Tutti i diritti riservati 

Wednesday, October 16, 2013

Lo specchio



In ombra / sospesa
ogni cosa / per me
                         / per te
dicevamo dei falò
                         / ricordi?
saremmo fuggiti per le strade dritte a mare
già immemori / adesso
                         / e passo lento
ogni cosa è confine / per me
                         / per te 
ma non sapremo mai starci davvero
                         / noi / nella quiete di un tramonto
né come tradire / gentilmente 
                          / senza colpe
a raccontarci i segreti dei silenzi
accadessero
tutti quegli istanti di tenerezza acuta
sulla punta delle dita
da lasciarsi avvelenare la pelle
eppure erano miei / erano tuoi
                             / ricordi?
accadessero a sorpresa / tremasse forte
l'aria d'autunno
                          / non accadranno
                          / da stanotte a domani
                            così cado da sola in uno specchio
                           / ed è questo ormai
                             il mio prossimo inferno.


Stefania Stravato © Tutti i diritti riservati

Il dolore ancora stupito


16 Ottobre 1943 -


Nonostante la guerra e le leggi razziali, Roma conservava la sua bellezza unica e la luce rosata del crepuscolo d'ottobre, calava lentamente sulle colonne della Porta d'Ottavia.
Liliana e Gabriele si amavano come si amano i giovani di ogni tempo e di ogni paese, con la fede nel domani, che dà solo l'amore a vent'anni.
Gabriele quel pomeriggio le aveva regalato un garofano bianco, che lei aveva infilato tra le onde nero-blu dei suoi capelli, dietro l'orecchio.
Percorsero un tratto del Lungotevere de' Cenci e si infilarono furtivamente nell'androne del palazzetto di via Arenula, dove Liliana abitava con la sua famiglia, per un ultimo bacio prima di far ritorno alle loro abitazioni.
Li accolse la semioscurità, in cui si intravvedevano i profili delle foglie scure di aspidistra, che quel giorno sembrava avessero l'odore delle cose in disfacimento.
Liliana si strinse al petto di Gabriele che la baciò con un furore disperato che non c'era mai stato nelle loro effusioni, prima di allora.
''Liliana!'' tuonò la voce di suo padre nella tromba delle scale.
''...si ....babbo....sto salendo.......''
''...devo andare amore mio....''
''...Lili amore.....Liliana.....Lili mia.....''
''...domani....domani ....si, domani....verrò da te....amore....''
''Liliana!''
''..arrivo babbo....arrivo...''
Si staccarono con il cuore stretto in una gelida tenaglia di angoscia, che li paralizzò ancora un istante a fissarsi e a dirsi muti, tutto l'amore che non avevano ancora detto, vissuto.

Quella notte il Ghetto ebraico di Roma subì un feroce rastrellamento da parte delle SS di Kappler, addette alla ''Judenoperation'' e le porte delle abitazioni degli ebrei vennero sfondate con i calci dei fucili o divelte con spranghe di ferro, strappando al sonno intere famiglie; non venne fatta nessuna eccezione, né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bimbi al seno. Per nessuno.
Furono catturate 1259 persone, raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova nei pressi del teatro di Marcello e poi trasferite nel massiccio edificio del Collegio Militare in via della Lungara. Tra esse c'erano Liliana e i suoi familiari.
Era il 16 ottobre 1943.
La mattina del 18 ottobre a bordo dei grigi camion tedeschi saranno condotti alla Stazione Tiburtina, da cui inizierà il loro viaggio verso l'orrore ancora sconosciuto di Auschwitz- Birkenau, che raggiungeranno dopo sei giorni e sei notti di viaggio, ammassati come bestie senza bagaglio, senza assistenza, condannati alla promiscuità più offensiva, affamati e assetati.

Liliana avrebbe compiuto diciannove anni di lì a poco: non sopravvisse alla follia degli esperimenti del dottor Mengele, né sua sorella Maria, sedicenne; suo fratello Davide di otto anni, sua madre Ester e suo padre Elia, furono mandati a morire  nelle camere a gas dopo pochi giorni il loro arrivo ad Auschwitz.
Degli ebrei romani deportati in quell'occasione, sopravvissero solo in sedici, tra essi, una sola donna, che riuscì a salvarsi grazie alla pietà di un'infermiera.


Gabriele si salvò dalla deportazione aiutato da una famiglia non ebrea che riuscì a confonderlo tra i pazienti ricoverati all'ospedale Fatebenefratelli, sull'isola tiberina.
Dalla fine della guerra dedicò il resto della sua vita a cercare notizie di Liliana.
Nel 1987 ebbe la certezza che la sua Lili era morta seviziata dagli esperimenti di Mengele ad Auschwitz.


La fede nell'amore non potè nulla sulla pazzia che albergò le menti degli uomini.

Stefania Stravato © Tutti i diritti riservati

nota dell'autrice: i personaggi, pur con nomi diversi, sono stati realmente, tragicamente protagonisti
della deportazione degli ebrei del Ghetto di Roma, il 16 ottobre 1943.

Tuesday, October 15, 2013

Io non c'ero

Io non c'ero
non ho visto la speranza nei loro occhi
né la disperazione
la fame la sete
non ho visto la notte che li teneva stretti
nel vento di mare
a recitare preghiere ad un dio che li aveva già abbandonati

Io non c'ero
non ho sentito
le loro grida
il pianto

non li ho visti
non li ho sentiti
quando mi chiamavano per nome
quando mi chiedevano di non lasciarli morire

laggiù
dove la vita comincia
e finisce.

Dove tutti siamo morti
insieme a loro
nel buio e nel silenzio.


Stefania Stravato © Tutti i diritti riservati


Saturday, August 24, 2013

Le scarpette rosse



C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
"Schulze Monaco"
c'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c'è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c'è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l'eternità
perchè i piedini dei bambini morti non crescono

c'è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

Joyce Lussu

Thursday, May 23, 2013

Con i nomi



Verrò, ferita di tempesta e ruggine di gigli. 

Con i nomi 
che lasciammo ad ogni luogo, ti dirò dell'aria rarefatta

dove i silenzi sanno fare gli spazi che ti coprono le spalle nude 

e crepacci dove puoi morire sola.

Dentro gli occhi tu avrai resti di notti sulle vigne

io innocente 
le caviglie lussuriose

e vorrò andare 

smarrimenti e ritorni per quel tempo 
di monete e canti
di ninfee che non mi hai mai comprato

dunque è così che mi avrai.

Assaggiata dal male.
Che trasgredisco il mio corpo nel rosadalba
nell'ora in cui tutto è accaduto e può ancora accadere

l'altura trafitta d'improvviso
i confini capovolti nella luce. 

E le tue orme nelle vie del sangue 

sempre odore 
di tramontana e radici.

Tua sorte
ad innalzare la nebbia con dita di gitana 


Riversa, accoltellata d'argenti. 

Stefania Stravato © Tutti i diritti riservati